Il coraggio è ciò che serve per alzarsi e parlare.
Wiston S. Churchill
Il coraggio è anche ciò che serve per sedersi e ascoltare
C’è un mestiere, là fuori, che tutti dicono di esercitare ma quasi nessuno mette in pratica davvero: risolvere i problemi.
Non vendere case o “proporre soluzioni”, tantomeno di apparire brillante in qualche reels su Instagram.
Ma risolvere davvero. Come? Ascolto, presenza e quella pazienza necessaria a capire che il cliente non è un fastidio da gestire, piuttosto una Persona con un nodo da sciogliere.
Eppure questo aspetto – che dovrebbe essere alla base di ogni professione – è diventato una sorta di optional emotivo. Bello se c’è, ma non rilevante. Come la presa USB nei treni regionali: promessa, ma mai vista.
Nel frattempo, si moltiplicano “i professionisti” (così si autodefiniscono) che parlano tanto e ascoltano poco, che sfornano parole identiche e che di fronte a un problema reale rispondono con un link o con un modulo da compilare.
Talvolta (non c’è fine al peggio), con un “Si fa così da sempre”, il problema è automaticamente risolto (“spersonalizzandolo”, sminuendolo).
Ecco: è proprio lì che comincia il mio fastidio. E forse anche questo articolo.
La parola ‘aiuto’ non basta
“Siamo qui per aiutarti” suona bene, è perfetto per un post. Giusto?
Peccato però che spesso significhi: “Se ne occupa Tizio o Caio ..”, “Scrivi a questo indirizzo..”, “Chiedo e le faccio sapere”.
Poi, silenzio.
Aiutare è un verbo scomodo:
- richiede tempo (non reply istantaneo ma risposta che serva)
- richiede responsabilità (non “scaricamento di barile”)
- richiede presenza (non scomparsa dietro una slide).
Domanda per te:
Quante volte ti sei sentito davvero “preso in carico” da un professionista, anziché gestito come un’ email?
Il professionista esperto (di sé stesso)
Più si reputano esperti, meno ascoltano.
Hai notato? Ti parlano per mezz’ora della loro carriera, ma non ti chiedono una sola volta qual è il tuo ‘reale’ problema.
L’esperienza dovrebbe rendere più attenti, non più autoreferenziali. Invece molti la usano come scudo per smettere di farti domande – quelle vere, quelle scomode, quelle che servono.
E così si cade nel classico: “Mi racconti pure… poi vediamo come inserirla nel mio metodo standard”.
Domanda per te:
Hai mai avuto la sensazione che qualcuno fosse più impegnato a difendere il proprio ego che a risolvere il tuo problema?
Il linguaggio che cura… o confonde
Le parole sono potenti, e hanno un significato che rilascia, segna, condiziona. Non tutte sono utili. Non sempre.
Di fronte a un ostacolo c’è chi usa un linguaggio tecnico e complicato per far sembrare tutto più ‘professionale’, pensando di impressionare e quindi acquisire un cliente. Peccato che spesso si finisca con il confonderlo e preoccuparlo ancora di più.
Dall’altra parte, c’è chi cerca di essere ‘amichevole’ ma cade nella banalità o nella fuffa, e così perde di credibilità.
La vera differenza sta nelle parole che ti tranquillizzano (e rassicurano), non nei discorsi che ti travolgono.
“Me ne occupo subito”. “Ci penso io”. “Mi attivo”: queste sono le risposte che ci si aspetta da un professionista. Indicano presenza operativa, alleanza, rassicurazione.
E indovina un pò? Sono proprio le più rare da sentire. Perchè pronunciarle vuol dire anche dare seguito, mantenerle. Quindi esporsi, prendersi carico, rinunciare all’alibi del “non dipende da me”.
Domanda per te:
Ti sei mai sentito più rassicurato da una voce sincera che da un PDF patinato pieno di promesse?
Conclusioni
Alla fine, non servono superpoteri.
Basta avere a cuore le persone più dei processi, ascoltare più di quanto si parli e smettere di fare finta di aiutare quando si sta solo cercando di chiudere una pratica in meno tempo.
Chi risolve davvero i problemi (pardon: le sfide, le magagne, i casini) non ha bisogno di parole roboanti. Gli basta esserci, capire, accompagnare.
Che poi, a pensarci bene, è questo il mestiere. Il resto, è marketing con il tasto mute.
AF


